28 MAGGIO 1974 – 28 MAGGIO 2019: IERI LE BOMBE, OGGI PORTI CHIUSI E GUERRA AI POVERI

Martedì 28 maggio 1974, Brescia. Al culmine di una lunga serie di provocazioni, vigliacche aggressioni e tentativi di attentati da parte della destra neofascista in città, i sindacati confederali (CGIL, CISL, UIL) e il Comitato Antifascista (che da tempo riunisce diversi partiti: DC, PCI, PSI, PSDI, PRI) hanno proclamato una giornata di sciopero con manifestazione antifascista e comizio in piazza della Loggia. Nei giorni che la precedono, l’appuntamento viene preparato da tutte le componenti della diversificata Brescia antifascista: studenti e studentesse indicono assemblee in tutte le scuole per decidere l’adesione alla manifestazione (i gruppi della sinistra extraparlamentare non fanno parte del Comitato Antifascista, ma partecipano sempre alle sue manifestazioni, portando come punto di vista l’antifascismo militante contrapposto all’antifascismo istituzionale); i consigli di fabbrica accolgono lo sciopero generale e decidono di raggiungere piazza della Loggia per il comizio. Il denominatore comune è la necessità di dare una risposta politica, collettiva e di piazza alle aggressioni e alle provocazioni della destra neofascista. La mattina del 28 Maggio 1974 fa freddo e piove sempre più insistentemente. Piazza della Loggia è comunque gremita: gli interventi contro la violenza fascista si susseguono dal palco fino a quando – alle 10.12 – il boato di una forte esplosione interrompe quello di Franco Castrezzati (CISL). A terra oltre cento feriti ed i corpi straziati delle vittime, che vengono subito coperti con un telo. Una bomba è esplosa in un cestino posizionato a fianco di una colonna del portico sottostante i “màc de le ure”, proprio dove solitamente stazionano, durante le manifestazioni, le forze dell’ordine (che proprio quel giorno si erano collocate altrove). Il panico si impadronisce della manifestazione antifascista: è impossibile ricostruire le troppe emozioni che lo attraversano, a partire dalla paura che possa esservi un altro ordigno pronto ad esplodere. Il servizio d’ordine del sindacato in quel momento è la struttura più organizzata in loco e invita i presenti ad abbandonare piazza della Loggia e a spostarsi nella vicina piazza Vittoria. La gestione logistica della situazione spetta quindi nelle prime battute ai sindacati ma, nel lento realizzare la dimensione e la gravità delle dinamiche che si vanno materializzando, il dolore e la rabbia hanno l’ultima parola. Quando alcune camionette della Polizia, invisibile fino a quel momento, arrivano in piazza per imporre un’evacuazione diversi studenti ed operai vi si scagliano contro con bastoni e aste delle bandiere, ritenendo inaccettabile la provocazione. I celerini non rispondono. Dal vice-Questore Aniello Diamare arriva poi l’ordine imperdonabile: il selciato della piazza viene frettolosamente lavato, con la scusa di pulirlo dal sangue, eliminando reperti che sarebbero stati fondamentali per comprendere il tipo di esplosivo o di ordigno utilizzati. In un moto istintivo la componente giovanile della piazza scandisce una parola d’ordine inequivocabile: “Sbaracchiamo il Movimento Sociale Italiano” e accenna il tentativo di partire subito in corteo alla volta di Piazza Tebaldo Brusato, dove si trova la sede del MSI. I servizi d’ordine di CGIL e PCI riescono ad impedirlo annunciando un’assemblea alla Camera del Lavoro per la stessa mattina. Di contro i gruppi ed i collettivi che compongono il panorama della sinistra rivoluzionaria a Brescia (Lotta Continua, Avanguardia Operaia, Movimento Studentesco, Manifesto e Partito di Unità Proletaria) danno indicazione di presidiare da subito la piazza e l’intero centro storico, guadagnando l’appoggio dei consigli di fabbrica. Da quel momento l’intero centro-città è in mano agli studenti, agli operai, ai lavoratori. Ad ogni esercizio commerciale vengono imposti la chiusura e lo sciopero; ovunque si formano capannelli e discussioni; compaiono scritte sui muri e vengono realizzati vari attacchinaggi. Fascisti e sbirri scompaiono dalla circolazione. Brescia risponde con un incredibile moto di solidarietà diffusa, assumendo la necessità di una risposta collettiva e popolare. Ma la tensione non è solo una strategia con la quale lo Stato attacca le lotte popolari per i diritti sociali, è anche il modo d’essere inquieto ed incessante di chi sa che non può esserci pace senza giustizia: quando il provveditore ordinerà di tenere chiuse le scuole (terreno di forte radicamento ed organizzazione antifascista), gli studenti e le studentesse le riconquisteranno per farvi assemblee e picchetti. Durante l’immenso corteo funebre del 31 Maggio il bar Holiday, noto punto di ritrovo dei neofascisti bresciani, verrà dato alle fiamme. Durante gli stessi funerali di Stato, il presidente del consiglio Mariano Rumor (DC) e il presidente della Repubblica Giovanni Leone (DC) saranno costretti ad abbandonare la cerimonia sommersi dai fischi del movimento e da un moto di protesta che i media oscureranno, sostituendo in tv i fischi con finti applausi. Ma nulla poteva tacitare l’evidenza: gli esecutori fascisti della strage erano chiari a tutti, e i mandanti istituzionali a moltissimi. Dopo oltre quarant’anni di indagini, processi, assoluzioni, depistaggi, sono stati condannati e riconosciuti come esecutori materiali della Strage Ermanno Buzzi (nel frattempo ucciso in carcere) e Maurizio Tramonte, oltre ai già deceduti Carlo Digilio e Marcello Soffiati. Tutti riconducibili agli ambienti della destra eversiva e in particolare dell’organizzazione neofascista Ordine Nuovo. Così come colui che è stato condannato in qualità di mandante, Carlo Maria Maggi. Oggi, 45 anni dopo, istituzioni e promotori delle commemorazioni ufficiali continuano a proporci una memoria condivisa e neutrale di quegli anni nel nome della pace sociale. Una concezione della storia che vorrebbe raccontarci quegli anni come un’inspiegabile stagione di violenza, travisando in questo modo le ragioni storiche, politiche e sociali sottese agli avvenimenti. L’importante è che non si parli di conflitto sociale, di un movimento rivoluzionario di studenti e lavoratori che lottava per un mondo migliore e stava mettendo seriamente in crisi l’ordine costituito e di come lo Stato, aiutato dalla manovalanza fascista, risposte con la “Strategia della tensione”. Una visione della storia che porta inevitabilmente all’odiosa equiparazione tra movimenti rivoluzionari anticapitalisti e antifascisti e fascisti, stragisti e squadristi. Una neutralizzazione della storia che oggi è complice e responsabile della mancanza di anticorpi sociali contro le politiche razziste e di guerra ai poveri dei governi (dal precedente governo del Pd fino all’attuale governo Lega-M5S). Una cultura della pacificazione e della neutralizzazione della storia che è responsabile dell’agibilità fisica e politica, con tanto di protezione istituzionale, che viene concessa dallo Stato a gruppuscoli neofascisti come Forza Nuova o Casa Pound. Anche quest’anno, la piazza antifascista e antagonista vuole affermare che non può esistere una memoria condivisa della Strage di Piazza della Loggia. La Strategia della tensione è stata utilizzata dai governanti di allora (da piazza Fontana, a Piazza Loggia alla Stazione di Bologna) per diffondere paura e insicurezza nel paese. Per giustificare il pugno di ferro contro chiunque contestasse l’ordine costituito, per creare le condizioni ideali per nuovi attacchi alle condizioni di vita dei lavoratori, degli studenti e dei più poveri. è quello che, con altri mezzi e nuovi interpreti, accade anche oggi. Gli illustri rappresentanti del sovranismo dei nostri giorni – i vari Salvini, Orban, Trump, Bolsonaro, … – diffondono paura, insicurezza e diffidenza nella popolazione più povera, indicano un capro espiatorio nei più deboli. Fanno stragi di disperati nel mar Mediterraneo e alle frontiere. In televisione e nei comizi sostengono di fare tutto questo per combattere i poteri forti. La verità è che loro sono i rappresentanti e cani da guardia del neoliberismo più spietato e dei potentati economici e politici che dicono di voler contrastare. Per questo, oggi più che mai, il 28 maggio non può e non deve essere una ricorrenza. Per onorare la memoria di chi ha dato tutto contro il fascismo e per un mondo più giusto. Per le vittime e i feriti della Strage di Piazza della Loggia, e per tutti coloro che ovunque nel mondo sono caduti lottando per la giustizia sociale, dobbiamo opporci alle nuove strategie della tensione e della paura. Ieri le bombe, oggi i porti i chiusi e la guerra ai poveri. Lottiamo contro fascismo, razzismo e sessismo. Per casa, reddito, salute e dignità per tutte e tutti. Ora e sempre Resistenza!